Urbani (Confindustria Terni): Ubi Banca-Intesa Sanpaolo può creare valore agli azionisti… ma per le PMI?

Giammarco Urbani, Urbani Tartufi

 

L’offerta recentemente presentata su UBI, dal numero uno di Intesa San Paolo, Carlo Messina, rappresenta solo la punta di un iceberg che ormai da tempo è in movimento in tutto il territorio Europeo.
Da diverso tempo infatti si rincorrono voci sulla necessità di una maggiore aggregazione con conseguente rafforzamento del sistema bancario sia a livello nazionale che Europeo e l’eventuale positiva conclusione di questa operazione porterebbe proprio alla creazione di un importante gruppo bancario italiano con un peso non certo trascurabile anche a livello Europeo.

Un’operazione quindi che crea valore per gli azionisti (almeno per quelli di Intesa Sanpaolo), che crea valore per il nostro Paese e che va nella direzione del generale rafforzamento del sistema bancario.
Un’operazione con solo lati positivi?

La risposta sembrerebbe purtroppo non poter essere affermativa.

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Senza dubbio ci saranno ripercussioni sui livelli impiegatizi, nonostante l’AD di Intesa nella presentazione dell’offerta abbia parlato di 2.500 nuove assunzioni e di una naturale e fisiologica uscita di 5 mila risorse prossime al completamento della loro vita lavorativa, è piuttosto ragionevole ipotizzare una cura dimagrante del generale livello impiegatizio derivante dall’operazione di aggregazione.
Saranno inoltre, tutt’altro che trascurabili, le ripercussioni sul mondo delle PMI e più in particolare delle PMI del Centro Italia (tutti ricorderanno infatti che UBI è la risultante, tra le altre, delle vicende di Banca Popolare dell’Etruria e di Cassa di Risparmio di Firenze).

Molte aziende di medie dimensioni, tipiche del tessuto imprenditoriale italiano, oggi clienti di entrambi gli istituti e con linee di credito autorizzate, correrebbero il serio pericolo di una riduzione delle linee accordate per effetto di una concentrazione del rischio in capo ad un medesimo soggetto. Purtroppo l’esperienza recente e passata, ci insegna che in situazioni di questo tipo, le nuove linee di credito non rappresentano mai la semplice somma delle due precedenti linee accordate ma subiscono frequenti ed anche sensibili riduzioni. E tutto questo, in un contesto di generale difficoltà di accesso al credito per le aziende medio piccole.

Ma non tutto potrebbe essere perduto. Se da un lato infatti, si potrebbero complicare le cose per le PMI relativamente all’accesso al credito tradizionale, dall’altro, queste stesse PMI potrebbero trovare nuovi ed interessanti stimoli verso soluzioni di finanza alternativa. E’ presumibile e per certi versi anche auspicabile, ipotizzare una sempre più netta diversificazione delle fonti di finanziamento con ricorso a strumenti innovativi. La finanza non tradizionale (minibond, private equity e venture capital, invoice trading, crowdfunding, ecc.) già dal 2019 sembra aver iniziato a spingere sull’acceleratore e questi nuovi strumenti appaiono sempre più familiari. Su questo ultimo aspetto, mi preme sottolineare l’importante lavoro svolto a livello locale da Confindustria Umbria che si è profondamente adoperata, con il supporto della Finanziaria Regionale Gepafin, nell’individuazione di soluzioni di finanza alternativa customizzate sulle esigenze territoriali e che ha portato alla presentazione ad inizio mese del Progetto “FIAR UMBRIA”, il fondo d’investimento dedicato alle imprese della regione e concepito in partnership con Azimut Libera Impresa SGR. FIAR UMBRIA rappresenta per le imprese della nostra Regione un’altra opportunità di finanza alternativa che sono sicuro saprà rispondere in modo puntuale alle necessità delle nostre aziende.

 

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