Ubi-Intesa, i commenti appassionati di Luca Tomassini (Vetrya), Giacomo Filippi (Fabiana Filippi), Andrea Cardoni (Università Perugia), Manuel Boccolini (Manini Prefabbricati) e Aldo Amoni (Confcommercio Umbria)

Secondo Luca Tomassini di Vetrya “L’operazione Banca Intesa/UBI non è solo una importante occasione di supporto alla crescita di grandi gruppi industriali ma anche per le PMI. L’inevitabile trasformazione dei modelli di credito tende da una parte alla concentrazione di grandi gruppi bancari e dall’altra ad una minore attenzione al mondo delle piccole e medie imprese. A mio modo di vedere questa operazione crea un mix di offerta efficiente per entrambi i segmenti di mercato. Del resto, è bene ricordarlo, l’innovazione digitale sul mondo bancario è inevitabile”.

 

Di diverso tono il commento di Giacomo Filippi della omonima società di moda Fabiana Filippi e presidente di Confindustria Spoleto ‘L’operazione Intesa Ubi favorirà ancor più il gruppo Intesa San Paolo in termini di grandezza e peso sul panorama europeo.Verranno ottimizzate le attività bancarie e assicurative, questo interesse porterà ad una maggiore forza nell’ambito del risparmio gestito. Questa ristrutturazione verrà scontata dalla forza lavoro, ma anche dalle PMI che oggi ancora trovano migliore considerazione e flessibilità in una Banca con un vasto presidio del territorio e forse ancora con un’inclinazione all’economia reale verso una size  di aziende piccole e non sufficientemente strutturate’.

 

Andrea Cardoni dell’Universita degli Studi di Perugia vede con preoccupazione il futuro economico della cosiddetta provincia italiane e sostiene: ‘Le tentate manovre di Risiko bancario recentemente apparse sulla stampa non migliorano, anzi probabilmente aggravano, uno dei principali problemi strategici del sistema del credito odierno. Certamente comprensibile l’obiettivo di consolidare la leadership da parte di Banca Intesa. Altrettanto necessario valutarne le implicazioni sul piano della difesa di una sana concorrenza. Tutte valutazioni estremamente rilevanti nella prospettiva dei grandi centri industriali e finanziari, o degli azionisti coinvolti nell’operazione, ma lontane dalle preoccupazioni dei protagonisti dell’economia reale nei territori.  L’ennesima operazione che centralizza ulteriormente le funzioni di governante delle strutture bancarie, omologandone la cultura aziendale e riducendo ancora di più quella necessaria “biodiversità” in grado di dare supporto, prima di tutto creditizio ma anche culturale e progettuale, alle piccole e medie imprese dei territori. In spregio alla tanto decantata “biodiversità” della provincia italiana, tali processi non fanno che trasformare i presidi bancari locali in reti commerciali dei grandi centri, e far diventare sempre di più la provincia una periferia, con tutte le conseguenze di lungo termine che ne derivano’.

 

Manuel Boccolini, Ad di Manini Prefabbricati, sembra essere d’accordo con le linee di commento del professor Cardoni.  ‘Sia Intesa che Ubi, prese singolarmente a mio avviso non hanno dei fondamentali ed una gestione industriale che necessita fusioni con altri gruppi. Sinceramente per una PMI non vedo vantaggi da questo eventuale matrimonio ma anzi riscontro due aree critiche: un possibile rischio di maggiore spersonalizzazione del rapporto e la scomparsa di un soggetto (Ubi)  che in ogni operazione di media dimensione (tali sono quelle delle pmi) è competitor diretto e serio di Intesa.
È chiaro che una fusione porta a dei savings importanti e delle sinergie notevoli tra i due soggetti, ma questi aspetti servono esclusivamente a migliorare i bilanci del nuovo gruppo senza a mio avviso alcuna ricaduta diretta verso le aziende clienti che non siano dei grandi player nazionali
’.

 

Anche per Aldo Amoni di Confcommercio Umbria l’operazione, se andrà in porto, sarà devastante per il territorio. ‘Sono convinto che sia un’opportunità per i grandi gruppi che ottimizzano così le spese generali, riducono i Cda, incrementano la massa di denaro. Dall’altra parte producono, però, disoccupazione, desertificazione dei piccoli territori con la chiusura delle filiali, aumentano la burocrazia per gli impieghi, favoriscono la chiusura delle medie e piccole imprese e si rischia così il monopolio per tre-quattro grandi gruppi.
E’ noto come nel 2019 in Umbria abbiano chiuso circa 5000 imprese principalmente nei settori del commercio specializzato e maggiormente nell’artigianato. Tali chiusure avvengono anche per il crearsi di nuovi modi di fare commercio, ma la maggioranza per mancato finanziamento. Basti pensare che nel 2019 sono stati erogati 600 miliardi circa contro i 900 miliardi del 2018’.

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