Reshoring, globalizzazione, programmazione: come sarà il futuro economico italiano post Covid-19

Il ‘reshoring agevolato diffuso’ potrà essere una vera risposta alla diffusa globalizzazione che negli ultimi venti anni ha caratterizzato le economie occidentali?

Se da un lato, la cosiddetta ‘mondializzazione’ delle produzioni ha offerto opportunità economiche straordinarie, dall’altro ha spesso svuotato l’economia del ‘fare’ del Vecchio continente esponendolo a rischi come quelli a cui stiamo assistendo in queste settimane.

Il tema sta appassionando manager e imprenditori italiani che operano in diversi comparti, proprio perché il Covid-19 ha travolto praticamente ogni impresa e soprattutto ogni cittadino-famiglia. E’ opinione diffusa fra gli esperti la presa di coscienza che nel post-Coronavirus il sistema economico sarà molto diverso.

Per Alessio Miliani, manager di Fertitecnica Colfiorito ‘La pandemia da Coronavirus sta mettendo in seria difficoltà non solo la salute dei cittadini ma anche l’economia mondiale e l’intera catena di produzione.
Infatti, nonostante gli interventi delle Banche Centrali i mercati continuano a soffrire.

Penso che nessuno, in questo momento, possa pensare di poter evitare di essere colpito dalla crisi economica, né Stati, né cittadini, né imprese.

In realtà però il Coronavirus, e tutto quello che sta generando nel sistema economico mondiale, ha solo esasperato una situazione economica già di per sé non florida.
Per capire cosa possiamo fare per poter “ripartire”, tutti, politici, economisti, imprenditori, manager, dovremo usare questa “quarantena forzata” per capire come siamo arrivati fin qui al fine di essere capaci di intraprendere delle azioni adeguate sia nell’immediato che nel futuro.

Penso che parte della risposta risiede nei fallimenti dell’economia, cioè nel non essere riusciti bene, globalmente, a gestire le transizioni tra un’economia manifatturiera ad un’economia dei servizi; ad affrontare in maniera adeguata la globalizzazione – che ha accelerato la deindustrializzazione, lasciando indietro moltissime persone – e, soprattutto, a rispondere alla crescente disuguaglianza lasciando che poche “élite” gestissero questi processi – globalizzazione e liberalizzazione comprese quelle dei mercati finanziari.

Alessio Miliani, General Manager Fertitecnica Colfiorito

Questo ha portato, soprattutto in Italia, crescita “anemica”, anche a causa dell’introduzione “imperfetta ed errata” dell’euro, e quei pochi frutti provenienti da tale crescita, sono stati distribuiti in maniera diseguale, portando quindi a forti sconquassi politici e scontri che non hanno aiutato i Paesi a prendere le misure economiche e politiche che invece sarebbero servite.

Una volta capiti i nostri errori ed una volta superata questa crisi Covid-19, in un clima di unità nazionale la domanda da farsi è: cosa ci lasceremo alle spalle: una eredità fatta di integrità e sostegno reciproco oppure alienazione e disintegrazione a livello internazionale?

Voglio sperare che, dopo il pericolo che tutto il mondo ha sperimentato, la risposta sia scontata.

Siamo di fronte ad una crisi “straordinaria” e come tale abbiamo bisogno di risposte sia nell’immediato – per far fonte alle emergenze economiche già conclamate ed evidenti – che strutturali per il futuro.
Nel breve infatti il problema non risiede nella domanda complessiva, ma nel fatto che molte attività stiano chiudendo e quindi, aumentare la domanda non risolverebbe nulla.
E’quindi necessaria una politica fiscale mirata e gli aiuti dovrebbero essere concessi ed indirizzati a chi è più in difficoltà.
Così come molti economisti propongono e molti Governi stanno già facendo, la strada percorribile potrebbe essere quella dell’HELICOPTER MONEY, cioè una spesa pubblica enorme utilizzata per risollevare l’economia, le imprese ed i cittadini, in tutti i suoi comparti.

Anche il Presidente Mattarella lo ha ricordato parlando dell’Italia:” La chiave della rinascita morale, civile, economica e sociale della nostra Nazione, può essere solo l’unità seguendo l’esempio dell’immediato dopoguerra”.
Quindi così come dopo la Seconda Guerra Mondiale – e l’epidemia è una guerra e come tale va affrontata – è stato speso quanto serviva spendere – al tempo l’aiuto fu fatto dagli  Usa con il loro Piano Marshall pensato per la ricostruzione dell’Europa – oggi dovrà essere fatto lo stesso, con manovre choc in tutti gli Stati – Trump lo ha già fatto negli Sati uniti con il “super-bazooka anti crisi – così da far ripartire le economie più in difficoltà e più colpite dall’epidemia. E questo deve essere fatto presto.

Come dice Stiglitz:” Non puoi dire all’Italia, non puoi costruire ospedali perché altrimenti sfori sul bilancio oppure non puoi aiutare le imprese, i lavoratori, i professionisti in questo momento di difficoltà.
Tale compito quindi spetta al Fmi, all’Unione Europea ed alla BCE. Dovranno immettere molto denaro nel sistema sospendendo il “patto di stabilità” per poter dare fiato in questo difficile momento.

Pensando invece a cosa fare per il futuro, penso che il settore pubblico dovrà avere un ruolo diverso, più ampio di quello che ha oggi, favorendo la piena occupazione gestendo la domanda attraverso politiche monetarie e fiscali.
C’è bisogno – prosegue Miliani – di un intervento a livello pubblico per avere un’economia più efficiente e stabile a rapida crescita, garantendo che i frutti siano condivisi equamente, tra lavoratori, imprenditori, professionisti, associazioni.

Un New Deal europeo.

La questione non è quella di scegliere tra i mercati o il settore pubblico, ma come combinarle nel migliore dei modi passando ad un modello di ‘economia civile’.
“Non si tratta quindi – come dice Sachs – di creare una contrapposizione, di cancellare il mercato ed una corretta competizione, ma di equilibrare il sistema con la cooperazione” sia tra le persone che fra gli Stati: creare cioè un’economia più umana.
Crescere significa anche aumentare la produttività ma questo deve essere fatto attraverso l’aumento delle conoscenze.

Gli Stati dovranno quindi finanziare, ancora di più, la ricerca di base, non solo medica – per evitare di ritrovarci in futuro con un’altra pandemia – ma anche quella tecnica e tecnologica per migliorare le conoscenze del sistema Paese. In questo l’Italia dovrà fare molto.
Una chiosa sull’Italia: il patrimonio culturale italiano è sopravvissuto a due guerre mondiali, regimi politici e varie turbolenze; è “emigrato” nei nuovi continenti, diventando parte integrante delle loro “sub-culture”. C’è un po’ di Italia in tutte le metropoli del mondo.

Qualcuno pensa davvero che un virus possa cambiare tutto questo?

Per Tiziana Crociani, founder della Ti Style iT ‘Il fenomeno del “reshoring” di cui si sente parlare molto in questi giorni e proposto fortemente da ESG89 Group, solleva una questione particolarmente interessante quanto contraddittoria rispetto allo scenario economico globale, necessariamente condizionato dalla profonda delocalizzazione di lavorazioni avvenuta nell’ultimo ventennio principalmente verso i paesi asiatici ed est europei.

Molte imprese stanno valutando ed alcune lo stanno già facendo, un rientro in patria e quindi una riallocazione interna o limitrofa delle proprie attività.
La volontà e la necessità sono sicuramente legate ad esigenze di controllo del prodotto, di servizio, di qualità, di credibilità e di tempistiche.
Tuttavia il reshoring necessita di essere inserito in un contesto macroeconomico e sociale molto più esteso. Alla base della delocalizzazione da parte delle imprese delle proprie attività vi è uno dei fenomeni più importanti dell’ultimo secolo: la globalizzazione.

Tiziana Crociani, Founder Ti Style iT

Proprio il fenomeno della globalizzazione ha infatti messo in moto un processo attraverso il quale i mercati e le produzioni sono diventati sempre più interdipendenti.

Alla luce di questo, la marcia indietro risulta sicuramente non di facile attuazione.

Anche il settore della moda è in linea con la nuova esigenza del ‘reshoring’ dei prodotti per varie necessità: la qualità, la riscoperta del brand made in Italy – anche alla luce delle imprescindibili norme di sicurezza Ue che impongono l’indicazione di origine di tutte le merci – il controllo della filiera produttiva legate alle necessità di sostenibilità e per le tempistiche di consegna sempre più stringenti da parte dei clienti.

Sicuramente puntare su prodotti di eccellenza, di stile, di alta tecnologia dovrebbe essere una strategia vincente affiancata ad una maggiore attenzione al sostegno del made in Italy sia per soddisfare la domanda interna sia per aumentare l’esportazione dei nostri prodotti.
Visto l’attuale momento drammaticamente critico a livello mondiale, un rientro delle produzioni nel nostro paese sarebbe a maggior ragione auspicabile.

Ciò nonostante, credo che molti prodotti difficilmente potranno uscire da una logica economica e di marginalità.
Il mercato si è infatti assuefatto ad un livello di posizionamento tale che non sarebbe facile gestire un aumento del prezzo legato al costo del lavoro che influenzerebbe necessariamente i listini.
Diversa invece è la considerazione da fare su prodotti da ritenersi “strategici”, come ad esempio in questo periodo sarebbero i ventilatori polmonari, mascherine, DPI: ovvero tutti quei prodotti che dovrebbero prescindere da una logica di mercato e di marginalità.

A questo proposito sarebbe interessante capire quali potrebbero essere tali prodotti strategici che ci permetterebbero di essere il più possibile indipendenti e di non risentire degli effetti negativi di una globalizzazione che comunque porta anche effetti benefici vista la vocazione all’export che caratterizza le economie mondiali attuali.
Alla luce delle varie considerazioni fatte, seppur auspicabile, credo che sia attuabile in maniera fattiva un processo di “reshoring diffuso” circoscritto ed intelligente’.

Per Fabio Bernini, manager di BeFood, se l’Italia vorrà guardare al domani con maggiore serenità è necessario che la classe politica torni seriamente a programmare il futuro senza guardare al sondaggio di oggi o di domani!
‘Il momento è drammatico, sia dal punto di vista della tutela della salute – valore primario per la nostra Repubblica – sia dal punto di vista economico e sembra quasi inutile ricordarlo.
In questo attuale contesto – sottolinea Bernini – ipotizzare scenari futuri e strategie da implementare è molto difficile, perché potremmo essere, a tutti i livelli, condizionati dall’emotività, in ogni caso siamo tenuti a farlo ed è nostro dovere.

Fabio Bernini, General Manager BeFood

Nel mio DNA non rientrano gli estremismi, quindi personalmente non vedo di buon occhio né un Reshoring agevolato diffuso, né una globalizzazione spregiudicata.

Cerco di spiegare la mia posizione.

Ormai il mercato è globale, la logistica è mondiale – ad esempio un TIR da Perugia a Palermo costa quasi come un Container che va da Perugia a Hong Kong – ogni nazione quindi tendenzialmente dovrà specializzarsi sulle sue competenze, sui suoi elementi distintivi, sulle qualità difficilmente riscontrabili in altri paesi.
Di contro una grande Nazione come l’Italia non può non presidiare settori strategici o mettere in campo strategie di flessibilità capaci di riconvertire in breve tempo dei settori produttivi o, ancora, fare accordi internazionali, rigorosi e tutelanti, con altri Stati per determinate forniture di primaria importanza; su tutte quelle sanitarie.

I nostri attuali politici, purtroppo, sono oramai più attenti ai sondaggi di gradimento giornalieri – con orizzonte temporale breve – piuttosto che impegnati ad impostare strategie di lungo periodo a livello di politica economica e industriale, con una visione minima a 10/15 anni. Se saremo capaci di riscoprire l’importanza della programmazione – chiosa Bernini – possiamo ancora preparare l’Italia ad abbracciare il ‘Futuro’, quello con la ‘F’maiuscola.
Il ‘Futuro’ che intendo è quello per cui i nostri figli potranno essere orgogliosi dell’operato della nostra generazione’.

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