Giorgino (Luiss):“Dalla crisi pandemica nascano nuove idee per il futuro”

Francesco Giorgino, oltre ad essere uno dei volti più noti della televisione italiana, è un attento studioso di scienze sociali. E’ docente alla Luiss di Comunicazione e Content Marketing e dirige presso la Luiss School of Government il Master in Comunicazione e Marketing politico ed istituzionale.

Saggista ed editorialista di politica interna, il suo ultimo libro è “Alto Volume – Politica, comunicazione e marketing” edito dalla casa editrice dell’ateneo romano e attualmente alla sua seconda edizione.

Nella ‘conversazione’ con ‘cuoreeconomico’ abbiamo voluto affrontare insieme a Francesco Giorgino alcune tematiche socio-economiche di scottante attualità.

La pandemia è arrivata in un momento particolare della storia dell’umanità, quando cioè stavano emergendo distorsioni in più ambiti: dalla politica all’economia, da quest’ultima alla società…

‘La pandemia da Covid-19 è, come si dice nel linguaggio sociologico, un “fatto sociale totale”. Un fenomeno, cioè, capace di produrre effetti in molti ambiti, contestualmente e con una rapidità impressionante. Una lettura a caldo della diffusione del contagio da coronavirus su scala planetaria suggerisce anzitutto di impostare l’analisi dividendo tra un “prima” ed un “dopo”.

La situazione ante-Covid aveva manifestato da un lato le fragilità di molti sistemi e sottosistemi sociali, dall’altro il tentativo di definire nuovi equilibri geopolitici in base alle spinte dettate dall’evoluzione delle principali dinamiche macro economiche e dagli sviluppi più recenti del paradigma della globalizzazione. In relazione a quest’ultimo punto si pensi al protagonismo di Cina ed India, al protezionismo americano (e non solo americano), alle difficoltà nel far percepire alle opinioni pubbliche internazionali un ruolo unitario dell’Europa’.

Concentriamoci sulle fragilità della politica, in particolare di quella italiana

‘Prima che il virus aggredisse quasi tutto il mondo, molte democrazie liberali erano già in affanno, se non addirittura in crisi. Una crisi di rappresentanza e di governabilità. Già sottoposta dagli anni Novanta in avanti a traumi da cambiamento dovuti a fattori esogeni ed endogeni rispetto al sistema politico, l’Italia non è stata risparmiata da questo processo. Per far fronte a tali fragilità sono state provate nell’ultimo lustro strade molto diverse tra loro e tutte molto problematiche: referendum costituzionale per superare il meccanismo del bicameralismo perfetto; iniezione di democrazia diretta nel modello della democrazia rappresentativa e con la forma di governo parlamentare; domanda di confine e primato degli interessi nazionali su tutto il resto. Nel contempo, come sostengo nel libro “Alto Volume”, l’agire deliberativo della politica andava sovrapponendosi, in modo quasi totale, all’agire comunicativo di stampo habermasiano.

La globalizzazione era già in crisi, però?

‘La globalizzazione come ideologia sì. Ed era inevitabile che lo fosse, atteso che dall’inizio del nuovo millennio ad oggi sono stati diversi i colpi assestati all’ordine mondiale costruito sul presupposto dell’azione a distanza, dell’erosione dei confini geografici, dell’interconnessione stabile tra sistemi. Non si dimentichino gli effetti provocati dall’attacco alle Torri Gemelle nel 2001 e dalla crisi finanziaria prima ed economica poi del 2008.

La domanda alla quale risponderemo nei prossimi mesi è se il Covid-19 darà il colpo di grazia alla globalizzazione o se, invece, proprio per la iper-complessità della società pandemica e più in generale della post-modernità, servirà aggrapparsi a risposte sovrannazionali per non generare scenari apocalittici e ricercare soluzioni comuni. Per le scienze sociali sarà questa una delle sfide più interessanti da realizzare, specie in chiave interdisciplinare’.

E la fragilità del sistema economico?

‘Partiamo dal presupposto che economia e finanza sono ambiti sempre più interrelati e che entrambi hanno intrattenuto e intrattengono con la politica, più che altro in quanto polity e politics, una relazione stabile. La pandemia ha già gettato gran parte del mondo in una spirale recessiva dalla quale sarà difficile uscirne in tempi brevi. Quello che stiamo vivendo è uno shock da domanda, oltre che da offerta. Per rimanere allo specifico dell’Italia, le previsioni più ottimistiche ruotano intorno ad una perdita di circa dieci punti di Pil per il 2020.

I consumi hanno già registrato, specie in alcuni settori, contrazioni davvero molto preoccupanti. L’Istat ha calcolato che con il lockdown sono già andati persi quasi quattrocento mila posti di lavoro e Confindustria prevede che a rischio ve ne siano tra i settecento mila e un milione.

L’emergenza sanitaria si è trasformata in emergenza economica e presto potrebbe diventare anche sociale, se non si interviene concretamente e tempestivamente. Ci sono tre livelli diacronici sui quali agire. Il primo è a breve termine e consiste nella capacità di assicurare liquidità alle categorie più in difficoltà. Il secondo è a medio termine e consiste, invece, nella capacità di pianificare riforme strutturali da elaborare partendo da quella che va considerata come una priorità: la riduzione delle troppe forme di disuguaglianze sociali ancora presenti. Per il research magazine della Luiss ho scritto un paper sulla erosione del ceto medio utilizzando chiavi interpretative socio-politiche e socio-economiche: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. A questo tema si aggiunga quello dell’entità del nostro debito pubblico e del rapporto deficit-Pil.

Il terzo livello è quello a lungo termine: in questo caso occorre ricercare un nuovo equilibrio tra sistema economico pubblico e privato ed occorre fare i conti con un modello di capitalismo diverso da quello consolidatosi finora. Un modello rispetto al quale, come in questi giorni ha ricordato Kotler sul Sole 24 Ore, pesino le dinamiche di consumo più contratte dal punto di vista quantitativo, ma anche gli atteggiamenti degli attivisti della decrescita, dei sostenitori accaniti del cambiamento climatico, dei propagatori di modelli ispirati dalla logica della sostenibilità ambientale anche in conseguenza del fatto che le risorse della terra sono oggettivamente limitate, degli interpreti di un uso differente della tecnologia.

La politica deve dare a queste domande che maturano dal tessuto sociale risposte serie, credibili, coerenti, efficaci. Servono nuove idee per il futuro dell’Occidente, dell’Europa e dell’Italia. Vivere alla giornata senza progetti lungimiranti può mettere completamente fuori gioco la politica come policy’.

A proposito del Sole 24 Ore, lei ha scritto per questo quotidiano un articolo su come è cambiata la pubblicità ai tempi del coronavirus…

‘I Brand, diventati costrutti socio-culturali a maggior ragione in questo periodo, sono usciti dal loro contesto naturale per immergersi nella quotidianità emergenziale. Il marketing si è fatto “real-time” e “newsjacking”, recependo e rielaborando contenuti provenienti dall’attualità. Discorso pubblico e discorso pubblicitario hanno coinciso, favorendo il primato della convenzionalità e della sovra-testualità.

Come effetto collaterale, dall’analisi del contenuto degli spot fatta in chiave socio-semiotica per la rivista dell’Associazione Italiana di Sociologia, sono emersi anche il trionfo della retorica e l’omologazione di forme espressive e messaggi’. 

Quali sono stati gli elementi più significativi della comunicazione durante la Fase 1?

‘Mi limito a considerare la comunicazione istituzionale e quella di massa. In relazione alla prima tipologia, si può sostenere che, al netto di alcuni scivolamenti in direzione delle logiche tipiche della comunicazione politica, quella istituzionale è stata oggettivamente performante.

L’obiettivo era quello di indurre gli italiani a restare in casa per evitare che il contagio si diffondesse ulteriormente. Ed è stato centrato, anche grazie alla responsabilità e alla pazienza degli italiani. Tutt’altro lo scenario nella Fase 2 dove chi fa comunicazione istituzionale deve comprendere che lo stato d’animo è cambiato e deve porsi il problema di spiegare – come dicevo prima – quali siano le soluzioni per l’oggi e quali quelle per domani e dopodomani. La dialettica politica in questo caso diventa inevitabile.

Dialettica che abbiamo registrato a volte nel confronto/scontro tra governo e regioni, altre in Parlamento almeno quando quest’ultimo ha provato a recuperare la propria centralità. Quanto alla comunicazione di massa, segnalo due situazioni a mio giudizio degne di nota. La prima: il ruolo svolto dalla televisione, specie del servizio pubblico radiotelevisivo, che ha modificato il proprio palinsesto per generare un’unica grande narrazione, percorrendo i sentieri dell’approfondimento giornalistico ma anche quelli dell’infotainment e favorendo la metamorfosi delle reti generalisti in una sorta di grande “all news”. Una narrazione che, tuttavia, ha dovuto confrontarsi con la presenza di molte variabili, man mano che ci si avvicinava alla Fase 2. La seconda: il recupero – in questo caso il discorso riguarda anche gli altri media mainstream – della mediazione giornalistica’.

Ultima considerazione riguarda il modello sociale, anch’esso colto all’improvviso dalla pandemia…

‘Il Covid-19 non è stato un fulmine a ciel sereno. Non è la causa ma l’effetto di molti comportamenti umani. La società pre-pandemica è stata la società degli individui più che delle persone, della frammentazione più che della coesione sociale, del presentismo e del dirittismo, del determinismo tecnologico e di espressioni materialistiche manifestatasi con chiarezza a livello antropologico anche perché contrassegnate da una spiccata tendenza a realizzare disegni di libertà dagli altri più che da se stessi.

Presto per dire cosa accadrà. Sono incoraggianti, tuttavia, alcuni segnali in controtendenza: condivisione del disagio, etica della responsabilità individuale, autonomia più che sola eteronomia, cultura della resilienza. Una delle cose migliori di questo periodo di quarantena è stata la domanda di “socialità altra”.

Domanda che deve indurre gli studiosi a riconsiderare le categorie con le quali i social network e la platform society sono stati inquadrati finora dal punto di vista ontologico e fenomenologico’.