È arrivato il Decreto Rilancio senza però una visione di politica economica e industriale

Si era partiti dal Decreto legge 2 marzo 2020, n. 9 denominato Misure urgenti di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19, è poi seguito il Decreto #CuraItalia (17 marzo 2020), il Decreto Liquidità (8 aprile 2020) ed infine, il 13 maggio, il Decreto Rilancio appunto.

Un decreto di difficoltosa lettura, considerata l’ampiezza e la varietà delle misure contenute e che, spiace dirlo, sembra la somma, l’aggregato, di tante richieste, istanze e interessi. La maggior parte legittime, per carità. Il problema è che esse sono state raccolte ed elencate l’una accanto all’altra, senza che il Governo sia stato in grado di dar loro la forma che ci si aspetterebbe da un organo esecutivo: un Framework, una cornice, se non ancora una legge di politica economica e industriale, per far comprendere al paese cosa dobbiamo aspettarci per il futuro.

Mentre infatti, una certa genericità dei decreti precedenti poteva essere giustificata dall’esigenza di mettere subito in opera misure urgenti di sostegno a famiglie e imprese, questa volta, a due mesi e undici giorni dal primo Decreto, ci si attendeva qualcosa di diverso.

Manca un disegno economico e industriale

Qualcuno potrà argomentare che in un paese in cui ancora non si riescono ad assicurare mascherine e gel per tutti, è già tanto che si sia riusciti a far passare un decreto di carattere economico. Certo questo è un buon punto, specie se ci aggiungiamo un quadro politico bloccato, senza dialogo intra ed extra compagine governativa, con scarsa preparazione ad affrontare questi temi (a proposito, delle task force di tecnici non si hanno notizie da un po’). Teniamoci quindi questo decreto e speriamo in bene.

Speriamo per esempio, che le misure di sostegno funzionino e che qualcuno (anche se probabilmente in ritardo) si metta lavorare ad un progetto di politica economica su cui coinvolgere ed impegnare tutte le parti sociali ed il paese. Sì, perché se oggi siamo in guerra e dobbiamo occuparci di minimizzare le perdite, domani sarà necessario pensare alla ripresa. E molto dipenderà dalle misure prese in precedenza.

Dobbiamo, per esempio, certamente assicurare mezzi e sussidi a chi ha dovuto chiudere le proprie attività economiche a causa del virus. Ma dare soldi a pioggia non è quasi mai produttivo. Per un paese come l’Italia, con un debito insostenibile, è pericolosissimo. E sarebbe meglio pensarci subito.

Debolezze passate e minacce future

Giusto con l’intento di fornire qualche spunto ad un auspicabile, nuovo decreto futuro, proviamo a ragionare su alcuni esempi concreti per chiarire le sfide che ha di fronte il nostro paese. Sappiamo tutti che in Europa, l’Italia è il paese con la più estesa (e dimensionalmente più piccola) presenza di imprese manifatturiere. È la Germania però a vantare il più alto valore aggiunto manifatturiero(seguita dalla Francia) e ad avere quote di mercato dominanti in 19 settori dell’industria su 24. L’Italia vanta questo primato solo su tessile, abbigliamento, pelle e calzature: i settori più esposti alla concorrenza del Far East. Ma non solo.

Chi di noi è andato ad acquistare prodotti di abbigliamento, di pelletteria o scarpe in questo periodo? Nessuno, visto che i negozi erano chiusi, pochi lo hanno fatto via e-commerce. E cosa accadrà alla ripartenza?

Sebbene ancora in mezzo alla pandemia, iniziano ormai a delinearsi in modo piuttosto chiaro come appariranno gli scenari futuri di vita e di lavoro.

Il New Normal vedrà i cittadini, almeno in occidente, trascorrere a casa molto più tempo di prima, sia per via dello smart working, sia per contenere i rischi di contagio anche nel tempo libero. Ecco che stare a casa cambia di molto gli interessi e le preferenze di consumo: abbigliamento e moda scendono agli ultimi posti della graduatoria, sono in crescita invece i prodotti elettronici e informatici, per il tempo libero e l’apprendimento. Anche il turismo perde molto terreno, sino quasi a scomparire e non sarà un effetto solo momentaneo come non lo sarà, purtroppo, la presenza del Coronavirus. Anche in fabbrica e nei luoghi di lavoro molte cose si modificano e il contact free rappresenta l’aspetto principale.

Conseguentemente la robotica e l’automazione cresceranno in modo esponenziale, come tutto quello che riguarda le soluzioni software e informatiche. La stampa 3D già oggi ha trovato una fonte importante di accelerazione per costruire in loco quei pezzi di ricambio intrappolati nelle global supply chain che il virus ha bloccato, mostrandone tutta la loro vulnerabilità.

Sono questi, messaggi e indicazioni importanti per la nostra industria e i nostri imprenditori.

È necessario pensare ad una riconversione industriale

Forse, sarebbe indispensabile già da oggi, indirizzare gli incentivi previsti dal Decreto Rilancio per spingere le aziende che operano nei settori più deboli e risultano meno efficienti e competitive, a rafforzarsi, oppure, meglio, a riconvertirsi. Favorendo nuove forme di aggregazione e filiere dove possano essere condivise competenze e risorse umane. Riconversione verso attività a più alto valore aggiunto, verso industria 4.0, verso produzioni strategiche la cui attuale dipendenza da supply chain globali potrebbe avere impatti negativi rilevanti per il nostro paese.

Senza una politica economica e industriale, ogni singola misura prevista potrà dare modesti e limitati contributi, mentre il solco con gli altri paesi, il gap delle nostre industrie nella competizione internazionale, sarà destinato ad allargarsi drammaticamente.


di Fabio Menghini

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