(da NUOVA FINANZA) – Umbria, una piccola svizzera

«L’UMBRIA? Potrebbe essere la piccola Svizzera d’Italia se solo riuscisse a comprenderlo appieno e cambiare passo». Parola di Giovanni Giorgetti, ceo di ESG89 Group società di analisi economiche e business communication con oltre 8.250 clienti che da più di venti anni, in Italia e all’estero, analizza l’andamento delle imprese e il loro business. Un punto di vista privilegiato dunque il suo dal quale fotografare la situazione dell’Umbria. «I comparti di eccellenza del territorio si sono ristretti: insieme al tessile, l’alimentare, la GDO e la meccanica di precisione si può aggiungere il piccolo artigianato, il turismo e la cultura. Che sono quindi i settori da sviluppare e sui quali investire sempre più per il futuro». I dati della crisi, quelli sull’occupazione e il saldo tra natalità e mortalità delle imprese dimostrano senza dubbio che il modello della grande industria (siderurgica e chimica) che per anni ha rappresentato il grosso bacino di impiego per gli umbri, in particolare della zona sud, è ormai definitivamente tramontato. «La ragione è semplice — sottolinea Giorgetti —. Le quote di mercato europee hanno mandato in tilt il sistema acciaio e il polo-chimico. E purtroppo anche il settore della meccanica pesante ormai naviga in acque burrascose. Ad esempio anche il comparto tipografico, che pure in un passato non troppo lontano aveva proliferato in particolare nell’alta valle del Tevere, insieme al settore del legno, sta facendo i conti con tutti i limiti imposti da una concorrenza a livello internazionale che ha costi di produzione molto più bassi».  Insomma un sistema di imprese non più in grado di competere… «Settori da dismettere — replica lapidario Giorgetti —. Va ripensata e ridisegnata l’economia produttiva dei prossimi 20 anni del territorio, la cui vocazione è evidentemente altrove. Questione di proiezione, programmazione e obiettivi. Dico subito che per raggiungere questi traguardi è indispensabile ’svecchiare’ i vertici anche della pubblica amministrazione. Dare spazio a persone giovani che sappiano parlare almeno due lingue, che sappiano utilizzare gli strumenti tecnologici, che siano in grado di cogliere al volo le opportunità che proprio la crisi spesso offre». Quindi? «Quindi largo solo alle produzioni manifatturiere di qualità e di eccellenza sia industriali che artigianali che ancora esprime questa regione, al buon turismo, alla cultura e ai servizi innovativi». Sono 73.545 le imprese operanti in provincia di Perugia al 30 settembre 2013. Il dato segna un regresso di 39 unità – lo 0,05% – che inverte la dinamica registrata nel secondo trimestre dell’anno, quando la base imprenditoriale provinciale tornò, seppur di poco, al segno più. Rispetto a un anno fa poi il peggioramento è marcato: le iscrizioni mostrano un modesto incremento, mentre le cancellazioni (non d’ufficio) crescono addirittura di quasi il 36%. Sono sempre più gli scioglimenti e le liquidazioni d’impresa, +41%, così come i fallimenti e le altre procedure concorsuali, che tuttavia contengono la crescita a un +3,4%. Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio di Perugia dice: «La contrazione della base imprenditoriale non è un bel segnale, soprattutto quando, al contrario, ci si aspettava qualche indicazione di una ripresa, magari contenuta, ma effettiva. La fiducia in questi momenti vacilla, ma tiene quella di giovani e donne, che sono quelli che danno forza alla voglia di fare impresa nella nostra provincia: un terzo delle nuove imprese infatti sono rosa e un altro terzo under 35». Giorgetti, Che ne pensa? «Che l’analisi va fatta in modo approfondito. Per la Camera di Commercio l’apertura di una partita Iva equivale a una piccola impresa che nasce. In realtà molto spesso si tratta di soggetti espulsi dal mondo lavorativo che aprono una partita Iva sperando in un’opportunità. Tanto per chiarirci: l’apertura di una partita Iva non sempre si può tradurre in azienda. In realtà i dati dimostrano che la maggior parte di queste nuove realtà non redigono un business plan. Quindi nascono senza sapere però come realmente sarà il loro futuro. Chi le apre non sa praticamente come gestirle, quindi naviga a vista». Ma la crisi a cosa è dovuta? «Anche, anzi soprattutto al fatto che nessuno finanzia più…E’ il problema cruciale di questo Paese, lo dicono i dati economici. Si è bloccato il sistema del credito. Nessuno oggi è più in grado di investire o peggio ancora vuole investire. I capitali propri sono ‘immobilizzati’. Il sistemadel credito ha patito fortemente la crisi dell’edilizia che si riversa su tutti. Un dato: in Italia a oggi ci sono tredici banche commissariate. Medi istituti sotto il governo di Banca d’Italia. Cosa significa? Che sul territorio viene meno il rapporto fiduciario e questo è delirante. I Confidi che una volta sopperivano a questo, sono ora in crisi. E l’Umbria non sfugge. Il sistema bancario è bloccato. La dirigenza degli istituti del credito non è più nella regione, se si prescinde dalle BCC che però non possono ricoprire il ruolo di rilancio in considerazione delle dimensioni. E questo è il nocciolo della questione, perchè il credito è sì legato ai numeri, ma anche alla storia dell’imprenditore. Alla conoscenza diretta della serietà e solidità dell’impegno, delle capacità». Quindi non è tutta colpa dello Spread? «Non in senso assoluto. Ormai la prospettiva di sviluppo è pari allo zero. L’equazione è: il sistema del credito non finanzia le imprese e quindi siamo alla paralisi». Eppure ci sono aziende che vanno bene. «Sì, sono prevalentemente quelle che esportano o quelle che, in questi anni di crisi, hanno saputo innovarsi fortemente. Però che succede?Che quelle che hanno quote importanti di export prima o poi tendono ad organizzarsi e magari aprono delle filiali commerciali altrove dove l’imposizione fiscale è nettamente più bassa, per cui la ricchezza inevitabilmente resta fuori dall’Italia e poi nascono le holding in Lussemburgo… Chi può biasimarli con il livello di tassazione che si è raggiunto in questo Paese? Insomma, l’export è importante d’accordo ma il nodo della questione è che è necessario far riprendere i consumi interni. Come? Ci vogliono buste paga più corpose. Restituire capacità di spesa. Un dato: il rapporto tra Italia e Germania, come capacità di spesa, è oggi uno a tre, esattamente come negli anni ’80-90. Con la differenza che allora c’era il marco tedesco e ci dava un certo vantaggio per attirare acquirenti, oggi invece c’è l’euro ovunque e quindi siamo tagliati fuori>. Scenari futuri? “La minore capacità di impresa, un sistema del credito bloccato, consumi interni fermi, una spesa pubblica in delirante crescita. Io non credo si possa fare molto _ replica Giorgetti _, se non con una rivoluzione economica che porti ad un taglio drastico di almeno il 15-20% della spesa pubblica improduttiva in 5 anni da mettere sul cuneo fiscale e quindi ad imprese e lavoratori! Occorre inoltre istituire importanti fondi rotativi per finanziare le imprese che investono in innovazione. Se invece i fondi finiscono sempre ai soliti noti (vedi vicenda Alitalia, Telecom… o di altri grandi Gruppi in crisi) allora tutto è inutile!. Insomma, serve un autentico cambio di passo e di mentalità. Tutti, dagli enti pubblici agli apparati della burocrazia dovrebbero avere un ringiovanimento totale di approccio. Basta con chi acquisisce ruoli solo per garantirsi laute pensioni. Senza retorica». “Ho la fortuna di fare formazione in marketing a parte dei dipendenti Cucinelli…ed ho scoperto che la forza competitiva di questa azienda non è solo il brand, nè le strategie di marketing, nè il prodotto….ma l’eccellenza di un leader che ha saputo comunicare ad ogni elemento di questa magnifica “macchina” il valore del lavoro, della qualità e di un made in Italy che è la forza più potente che è rimasta in Italia. Uno staff coeso di soggetti che identificano a pieno la personalità di un marchio e si muovono con i valori che l’azienda comunica e vive ogni giorno. Questo marketing eleva i prodotti, le aziende e genera la solidità per un “lungo periodo” pieno di certezze!”…. “Cosa salverà l’Italia dalla crisi? Il Suo Orgoglio e la Sua Bellezza! Il nostro paese uscirà dalla crisi solo puntando sul proprio Orgoglio imprenditoriale e sulle proprie Bellezze artistiche, paesaggistiche, culturali… Un patrimonio incredibile! Dalle produzioni di qualità, alla meccanica di precisione, al tessile, all’agricoltura, ai prodotti alimentari, al design…in questi comparti l’Italia eccelle da sempre e forse, a volte, ce ne dimentichiamo! Oggi più di 6 miliardi di uomini e donne possono ammirare da vicino le nostre bellezze e acquistare il Made in Italy.” Insomma, il messaggio è chiaro: apparati ‘arrugginiti’ da svecchiare. Largo ai giovani e agli intraprendenti e non solo in politica. Donatella Miliani

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