Covid-19, tutti contro tutti e le imprese pagano il conto

Non c’è dubbio che il virus corre più veloce della burocrazia e dello Stato in tutte le sue espressioni democratiche.

E soprattutto, ha fatto emergere un tema di importanza fondamentale come quello della velocità di azione nel gestire situazioni complesse: ieri il terremoto o il ponte di Genova, oggi Covid-19 ma domani chissà cos’altro. E tale impreparazione si avverte con lo scontro che si sta verificando in ogni contesto.

Scontro tra ABI e singoli istituti di credito, tra virologi, tra Regioni e Stato centrale, tra maggioranza ed opposizione, all’interno della maggioranza, tra politici e virologi, tra giornalisti, tra statistici nonché tra studiosi del diritto molti dei quali non considerano adeguato il ripetuto utilizzo dello strumento del DPCM per assumere decisioni di vitale importanza per il paese.

Certamente non è facile districare la matassa perché sostanzialmente entrano in conflitto numerosi diritti costituzionalmente protetti ed attualmente negati, sospesi o compressi: quello alla salute, quello della libertà economica, quello di espressione religiosa e quello di riunione e di manifestazione.

Ma è altrettanto vero che troppo lenti ed a volte contraddittori sono stati i processi decisionali.

Ad  esempio,  nel dichiarare il lock-down o nella gestione della produzione e commercializzazione dei DPI: prima si offrivano benefici di ogni genere a quelle aziende che in fretta convertivano la loro attività alla produzione di mascherine mentre un mese dopo si vuole concentrare la stessa in capo a pochissime realtà produttive.
La stessa istituzione della App per il tracciamento della prossimità delle persone non è stata ancora messa a punto. Mentre in Corea del sud, già utilizzata due mesi fa appena iniziata la pandemia, ha consentito di evitare conseguenze ben più gravi. Per non parlare dei tamponi.

La stessa immissione di liquidità nel sistema, da tutti ritenuta necessaria, non c’è stata e non sappiamo nemmeno se e quando arriverà.

Lo Stato dovrebbe invece cominciare da subito a pagare i debiti alle proprie aziende fornitrici ed elargire contributi a fondo perduto alle stesse, condizionandoli al perseguimento di determinati obiettivi aziendali. Questo costituirebbe un sorta di “risarcimento” riconducibile  al periodo obbligato di  inattività. Invece, almeno fino ad oggi, con la concessione di garanzie fino al 100% dei prestiti si è preferito sostituire debiti al mancato fatturato, minando in tal modo la sopravvivenza medio tempore per molte imprese.

In queste condizioni la pandemia sanitaria diverrà presto economica e sarà non meno dolorosa. Ma è questa una prospettiva dalla quale tutti dovremo cercare di sfuggire offrendo un contributo che stimoli politica ed istituzioni a soluzioni rapide ed intelligenti.

Aggiungo inoltre qualche ulteriore considerazione di carattere più generale.

Si devono evitare gli “asincronismi”: non è possibile immaginare la riapertura delle attività produttive senza organizzare quella delle scuole. Almeno quelle dell’infanzia e primarie.

I cittadini hanno acquisito dopo quasi due mesi di lock-down una consapevolezza completamente diversa nella gestione del rischio virologico con il quale ci stiamo abituando a convivere e le aziende si sono già attrezzate per adottare tutte le misure possibili indicate oggi dalla scienza e tradotte nei protocolli di sicurezza di cui al DPCM del 26/04/2020.
Troppo silenti le associazioni di categoria che dovrebbero fare da stimolo all’esecutivo individuando soluzioni che contemperino la sicurezza con la ripresa delle attività produttive. Anche, ed eventualmente, con le differenziazioni territoriali del caso.

Insomma, la cautela che ha spinto il Governo nelle decisioni degli ultimi due mesi deve ora coniugarsi con il coraggio!
La sensazione è invece quella che ci si trinceri dietro la paura cautelandosi con task force e rinvii come se la situazione fosse quella di Febbraio 2020.

E torno al tema della velocità di reazione.

Dobbiamo arrivare in fretta a “normalizzare” l’emergenza, per quanto possa sembrare contraddittorio. Almeno fin tanto che non saremo tutti vaccinati. Ed allora, tutte le componenti sociali devono uscire dal limbo e dal silenzio, offrendo contributi articolati e costruttivi per battere il virus in velocità in tutte le sue declinazioni nefaste.
Le Associazioni di categoria potrebbero avere un ruolo di stimolo oggi e di controllo dei protocolli di sicurezza dopo l’apertura delle aziende, ma l’importante e che si acquisisca in fretta questa consapevolezza abbandonando almeno per il momento il recinto di appartenenza nel perseguimento di interessi comuni più alti e diffusi.

Stefano SFRAPPA
Presidente Sindacato italiano Commercialisti