Covid-19, salvare l’Italia con l’efficacia del ‘bridge’

Si è sentito spesso in queste ultime settimane paragonare l’impatto economico del Coronavirus alla crisi finanziaria del 2008.

È possibile che ciò sia vero, molti indizi sembrano confermarlo, ci sono tuttavia delle differenze, purtroppo peggiorative, di cui è quanto mai importante tenere conto.
Come affermava pochi giorni fa l’economista americano Nouriel Roubini, al Coronavirus sono bastate tre settimane per creare quegli effetti devastanti sull’economia che durante la crisi del 2008 e nella Grande Depressione si produssero dopo all’incirca tre anni dal loro inizio.

Nemmeno durante la Grande Depressione o la Seconda Guerra Mondiale si assistette alla chiusura di gran parte delle attività economiche. Oggi viviamo contemporaneamente il crollo dei mercati finanziari e il blocco dell’economia reale.

Un sistema globale in caduta libera e quanto mai rapida dunque.
Mai, in passato così rapida.
Ma non sono solo queste le differenze.

Esistono almeno altri due aspetti quanto mai singolari e preoccupanti che dovremmo tenere in considerazione e che sembrano cancellare la speranza degli ottimisti che nelle settimane scorse avevano pensato ad un andamento economico a V: una rapida discesa seguita da una altrettanto rapida risalita.
Il primo riguarda il ritmo della diffusione del virus: mentre la Cina sta lentamente riavviando le sue attività (anche se notizie non confermate riportano una situazione ancora molto critica), l’Italia si trova in piena epidemia, ultimamente, per fortuna, in miglioramento. Intanto essa si sta diffondendo in altri paesi, negli USA. siamo solo agli inizi e il suo ritmo di propagazione è allarmante.

In altri termini, mentre un paese riprende a produrre l’altro chiude per pandemia. In un contesto globale come quello in cui operiamo, questa asincronia produrrà un grave ritardo nella ripresa della produzione e dei consumi.
Inoltre e questo è il secondo elemento da considerare, appare molto probabile (vedi lo studio dell’Imperial College britannico) che non si arriverà rapidamente alla fine di questa epidemia.
L’aspettativa, al momento, è che quando ogni paese avrà superato il picco attuale, altri se ne genereranno successivamente, seppure di intensità progressivamente calante.

Ciò costringerà a nuove frenate, a nuove misure di isolamento, lungo un periodo di tempo che potrebbe protrarsi non solo per tutto il 2020 ma anche per buona parte del 2021. I tempi saranno in qualche modo dettati anche dalla disponibilità di cure per mitigare la virulenza dell’epidemia, sino a che, auspicabilmente non si possa scoprire e distribuire un vaccino.

Così l’economia e i mercati potrebbero continuare per un tempo prolungato ad essere avviluppati in una crisi recessiva che potrebbe avere effetti devastanti.

Fabio Menghini, Docente di Strategia e Finanza di Impresa

Veniamo al nostro paese. L’Italia colpita in modo profondo dal Coronavirus è un organismo per molti versi debole ed estenuato.
Viene da oltre un decennio di ristagno economico, di perdita di capacità produttiva, di chiusura di fabbriche. Ha un tasso di disoccupazione allarmante, investimenti in ricerca e sviluppo tra i più bassi nel novero dei paesi industrializzati.
Ha rinviato per anni iniziative volte alla realizzazione di infrastrutture vitali, da quelle logistiche a quelle digitali.

Un paese allo stremo, tenuto in vita dalla tenacia e passione di imprese eccellenti che nonostante i mille vincoli continuano a primeggiare nei mercati mondiali, ma che oggi sono state in gran parte costrette a chiudere per l’emergenza virus.

Con due rischi possibili: un PIL in forte declino e l’indebolimento ulteriore della nostra industria manifatturiera. Aziende ed eccellenze italiane che molti commentatori già vedono facile preda di grandi operatori internazionali della finanza e dell’economia reale.
Questi ultimi infatti, in una situazione di crisi endemica del nostro paese potrebbero facilmente comprare “a sconto” brand, know how, competenze, risorse, insomma la nostra ricchezza nazionale.

Mentre la capacità di azione delle istituzioni europee appare debole e incerta e quella del Governo, seppure muovendosi nella giusta direzione, sembra ancora limitata, è necessario e urgente mettere in atto misure di carattere non convenzionale.

Tra queste, inutile dirlo, quelle che possano recuperare il gap nel nostro sistema sanitario, minato da anni di tagli lineari della spesa pubblica.
Come pure un rilancio della ricerca scientifica e l’avvio delle opere infrastrutturali da tempo rinviate. Non solo linee di alta velocità, strade e ponti ma anche quell’infrastruttura digitale che oggi diviene indispensabile per sostenere lo smart working e l’insegnamento a distanza, come pure per aiutare le nostre imprese a difendere e rafforzare la loro presenza nelle supply chain globali.

Ma prima di tutto questo, che pure è quanto mai urgente (è qualcosa che, lo sappiamo, bisognava aver fatto ieri), oggi dobbiamo impegnarci con grande sollecitudine a tenere aperte le aziende, a far ripartire il paese.

In tale contesto consideriamo di grande efficacia Bridge la proposta di ripartenza messa a punto dell’Associazione Minima Moralia.
Il nome non è scelto a caso: varare delle misure “ponte” per consentire agli operatori economici italiani di superare il periodo più profondo dell’emergenza, costruendo intorno a loro una rete di sicurezza finanziaria e fornendo loro la liquidità per ripartire.

La proposta si basa su una straordinaria e ingente erogazione di credito con garanzia dello Stato, da offrire a tasso zero, rimborsabile in massimo cento rate a partire dal gennaio 2022, per un importo pari a un massimo di tre mesi di fatturato, senza richiesta di garanzie reali (per i dettagli della proposta vedi http://www.associazionemandm.org/ )

Un piano con queste caratteristiche va sostenuto con forza. Potrebbe rappresentare un importante rete di protezione alla caduta del PIL e auspicabilmente mantenerne i livelli attorno a quelli del 2019, ma anche contrastare il pericolo di chiusura delle aziende per mancanza di liquidità, con conseguenti licenziamenti e dispersione di risorse chiave per il paese.

Dobbiamo infatti pensare che la ripresa non sarà come accendere un interruttore dopo averlo tenuto spento per qualche mese. Avverranno, e si stanno già verificando, tanti effetti sovrapposti che, se non anticipati da misure adeguate, porteranno inevitabilmente ad una lunga recessione economica.

Si pensi a tutte le attività legate all’artigianato e al turismo che hanno perso e stanno perdendo fatturato (le vacanze di Pasqua!), i consumi non ci sono stati e potrebbero continuare a non esserci: i lavoratori precari si sono trovati senza reddito, chi ha un lavoro fisso potrebbe perderlo.

Dal lato dell’offerta immaginiamo la fase di riavvio delle attività produttive, con una supply chain mondiale che lavorerà solo in parte, causando inevitabilmente un freno alla ripartenza in termini di carenza di alcuni tipi di semilavorati e di forniture, logistica rallentata, ancora prima diminuita richiesta di prodotti industriali (e non solo) da parte di aree economiche importanti. In mezzo a queste complessità aumenterà inevitabilmente anche il rischio di credito.

Si spinga quindi affinché misure ‘ponte’ di grande portata siano attuate in tempi rapidissimi, possibilmente in coincidenza della ripartenza delle attività economiche.

Infine, un’ultima considerazione, da riprendere a breve.

Raccomandiamo che qualsiasi intervento di politica economica, dopo quelli necessari a salvaguardare la ripartenza, abbia al centro un piano Industria 4.0 di portata assai più vasta e ambiziosa dei precedenti. Sta cambiando il modo di lavorare e interconnettersi, ciò porterà a nuove competenze, nuovi prodotti e differenti modalità di impiego.
L’Italia non resti fuori da quest’imminente rivoluzione che il Coronavirus, inconsapevolmente ha innestato.

di Fabio Menghini
Docente di Strategia e Finanza di Impresa
Facoltà di Economia Giorgio Fuà, UNIVPMARCHE

 

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