‘Ai vigneti non si può staccare la spina, il 50% dei costi di gestione sono concentrati nel periodo primaverile’. Potentini (Cantina Belisario) denuncia la drammatica situazione del settore vitivinicolo al tempo del Covid-19

(Roberto Potentini, enologo e direttore tecnico della Cantina Belisario di Matelica)

Fin dall’antichità il vino ha sempre rappresentato il convivio per eccellenza: tutto quello che oggi, con l’emergenza sanitaria ed il nuovo modo di ripensare all’incontro è, purtroppo, venuto meno.

A percorrere i cambiamenti, non solo attuali, ma anche storici, di un settore come quello vitivinicolo in questa ‘conversazione’ con ‘CUOREECONOMICO, è l’enologo e direttore tecnico della Cantina Belisario di Matelica, Roberto Potentini. Una cooperativa che conta 180 associati e che fino al 2019 ha camminato nell’ordine dei 5/6 milioni di euro di fatturato, conta 30 dipendenti ed è distribuita in tutto il territorio nazionale con 110 agenti. Il 25% del fatturato riguarda l’export a macchia di leopardo in tutti i continenti.

Come avete vissuto il periodo del lockdown e la ripartenza delle ultime settimane?

La crisi del nostro settore è legato al blocco dell’attività di tutto il settore Horeca e quindi ai luoghi dove i vini vengono consumati. Sono stati bruciati i mesi più importanti, insieme al Natale, per il consumo del vino, perché sono saltate tutte le cerimonie, gli eventi, i momenti in cui c’erano condivisione e aggregazione. Ma è un calo legato anche al settore della grande distribuzione. Ci sono aziende che da fine febbraio non hanno più nessuna bolla di consegna. La Belisario momentaneamente riesce ad aver una sommatoria di un -25%, una percentuale che si pone nella fascia del danno minore, ma per una azienda cooperativa che ogni anno deve azzerare il proprio bilancio è una situazione piuttosto pesante’. 

Quali i problemi maggiori?

‘Ai vigneti non si può staccare la spina: la produzione non può essere fermata. Non si può non coltivare per un anno. Nelle Marche parliamo di un investimento che si aggira sui 40.000 euro l’ettaro, più il valore del terreno. Un vigneto deve durare più di 40 anni e non si può, per un anno, buttare un investimento così a lungo termine. Questo è il momento del risveglio vegetativo, della fioritura, della legazione; il periodo in cui la vite esplode nel suo metabolismo e occorrono tanti lavori. Il 50% dei costi della gestione del vigneto sono concentrati nel periodo da aprile a giugno. Noi siamo costretti a pagare oggi il personale per gestire i vigneti, a fronte di zero entrate nelle cantine. In cantina ci troviamo nella stessa situazione perché il vino non può essere fermato nel suo processo di vita’.

Ad aggravare la preoccupazione il fatto che le vendite non sono calate solo nel periodo di lockdown, ma anche ora…

‘Adesso si sta aprendo un secondo fronte di angosce: la capacità di spesa del consumatore medio. Il vino fa parte del paniere, ma è un bene molto alto, non indispensabile. Non solo, quindi, non viene acquistato, ma non si frequentano nemmeno i luoghi dove il vino veniva consumato. A questo si aggiunge il problema della diminuzione della capacità di accoglienza dei ristoranti. Problemi a cui oggi non possiamo far fronte nemmeno con l’export perché davanti all’emergenza sanitaria tutto il mondo è un paese sotto questo aspetto. Le problematiche che abbiamo in Italia le ritroviamo all’estero con l’aggravante che la pandemia, invece di rendere il mondo più unito, lo ha reso più patriottico’.

(LEGGI ANCHE ARTICOLO Caprai boccia il Governo centrale e promuove la Regione dell’Umbria)

Anche il settore turistico aggrava la vostra situazione?

‘Certamente. In tante regioni: la Toscana in testa, ma anche le Marche, una grande fetta di consumo era legata al turismo vitivinicolo che permetteva di stappare diversi milioni di bottiglie di vino ogni anno. In questo momento il turismo vitivinicolo non esiste più anche perché è basato sul contatto, sulla presenza in azienda, sul rapporto con la cantina, tutte situazioni che ora non sarebbero possibili’.

Abbiamo parlato delle problematiche, quali le soluzioni?

La prima tra tutte è l’aggregazione. Si salveranno le grandi cooperative e i grandi gruppi perché hanno capacità che non sono paragonabili al piccolo imprenditore. L’aggregazione permette di essere forti da un punto di vista organizzativo, economico e anche politico per fare voce unica con gli amministratori. Bisogna poi sfruttare questo importante momento storico per prendere delle decisioni che da tanti anni erano nell’aria, ma che non c’è mai stato il coraggio di prendere: parlo del divieto di produzioni di uva superiori ai 300 quintali l’ettaro messe in atto in molte zone d’Italia e che portano a squilibri di mercato ingestibili. Bisogna poi diversificare il destino delle uve: non tutta l’uva da vino deve servire per fare il vino. Si sta facendo in Italia una importantissima produzione di birre artigianali agricole utilizzando il mosto al posto dello zucchero. Sono produzioni che già esistono, ma rappresentano una percentuale quasi nulla. Infine è necessario dare un importante sviluppo, con grande azione di marketing e miglioramento qualitativo, alla produzione di vini a bassissimo grado alcolico per rispondere al cambiamento che negli anni ha registrato il consumo del vino’.

Come e perché è cambiato negli anni il consumo di questa bevanda?

Nelle Marche, 40 anni fa, il consumo era di 110 litri di vino procapite. La nostra era la seconda regione d’Italia dopo il Veneto. Oggi si è scesi a 35 litri procapite nelle Marche, in linea con il dato nazionale che oscilla fra i 34 e i 36. Questo perché 40 anni fa il vino era un alimento: le persone che lavoravano nei campi lo bevevano a pranzo come bevanda energetica. Oggi si lavora in ufficio o in una catena di montaggio e chi mangia a mensa in mezz’ora non sceglie di bere vino, bensì una bevanda meno alcolica. A questo si aggiunge una popolazione più ligia alle norme e che ha un maggiore senso di responsabilità. Per questo credo che, se da un lato dovrebbero esserci vini importanti con gradazioni sempre più importanti, a fronte del massimo che diventa ancora più alto deve esserci un minino che diventa più basso e che apre i consumi a chi ha smesso di bere vino o è direttamente passato alla birra perché più leggera. Un cambiamento che deve essere fatto in sinergia con il mondo politico e da gruppi che siano in grado di sostenere strategie importanti’. 

Parlando appunto di politica. A settembre le Marche andranno al voto per un nuovo governo regionale, cosa dovrà fare il nuovo esecutivo per il vostro settore?

‘Deve riconoscere l’importanza che questo settore ha per il contesto regionale in senso lato. A Montalcino, dove si produce il Brunello, il vino fattura il 10% di quello che fattura il brand ‘Montalcino’. Tutto il territorio a Sud di Siena vive, almeno fino al periodo precedente la pandemia, di turismo grazie al Brunello di Montalcino. L’Italia è la sartoria del mondo a livello agroalimentare. Nelle Marche non abbiamo nulla da invidiare a nessuno. Il territorio, così com’è, deve diventare oggetto di qualificazione e non di disperazione come si è tristemente trasformato il territorio del cratere sismico’.

Di Giulia Sancricca

 

Per inviare comunicati stampa alla Redazione di CUOREECONOMICO: cuoreeconomico@esg89.com

Per Info, Contatti e Collaborazioni, scrivere a: risorse@esg89.com OPPURE https://www.esg89.it/it/opportunities.php