‘Abbiamo dovuto maneggiare con cura un insieme esplosivo di variabili ed elementi sconosciuti’. Valeria Manieri (Radio Radicale) sulla responsabilità dei media al tempo del Covid19. Poi l’augurio: ‘L’Italia deve tornare a essere un Paese capace e vivace’

(Valeria Manieri, collaboratrice di Radio Radicale e co-founder de Le Contemporanee)

Da collaboratrice di lungo corso di una emittente importante e istituzionale come Radio Radicale, posso dire che molto è cambiato, nel modo di fare radio, di organizzare il nostro lavoro – che sia nei nostri studi o in casa in smartworking grazie alla tecnologia – nella pervasività che l’emergenza sanitaria e oggi sempre più anche economico-sociale, sta impattando ogni aspetto della comunicazione’. 

Così Valeria Manieri, collaboratrice di lungo corso di Radio Radicale e co-founder de Le Contemporanee, inizia l’appassionata ‘conversazione’ con ‘cuoreeconomico’ riguardo la comunicazione in radio al tempo della pandemia che ha sconvolto l’intero mondo.

Molto è cambiato, pur nella continuità del nostro servizio pubblico, nelle diverse tematiche che ci troviamo ad affrontare nelle varie fasce di programmazione radio e anche nelle diverse rubriche che ho il piacere di condurre. Non c’è stata in effetti una sola rubrica – e ne conduco diverse, su temi geopolitici, economici, del mercato del lavoro – nella quale io non abbia dovuto affrontare nel dettaglio, con numeri precisi, teorie, strategie, dati scientifici, tutte le ripercussioni sanitarie, politiche,  economiche, i delicati equilibri internazionali, che questo virus sconosciuto ci ha sbattuto in faccia.

Un concentrato di temi sempre più delicati, estremamente interconnessi, spesso con elementi di conoscenza insufficienti anche chi opera nei media. Dati che arrivavano quotidianamente, ma suscettibili di interpretazioni diverse; stime a rialzo o a ribasso sulla intensità di diffusione della pandemia in Italia e nel mondo; dati che arrivavano poco o male, o da prendere con le pinze, come ad esempio quelli che arrivavano dalla Cina; le incredibili responsabilità’ dell’Oms. Aldilà dei giudizi personali e alle interpretazioni che ciascuno di noi ha potuto dare a ciò che è accaduto, ci sono stati elementi macroscopici su cui i media avevano il dovere di approfondire, e infatti, in linea di massima, lo hanno fatto, pur sapendo di camminare in un sentiero sconosciuto. 

Insomma, chi fa comunicazione – prosegue Manieri – ha dovuto maneggiare con attenzione un insieme esplosivo di variabili ed elementi sconosciuti.  Ho avuto discussioni costruttive con diversi colleghi rispetto alle molte cose che si sono dette su origini e tempi del virus, su responsabilità dei paesi e delle organizzazioni internazionali,  e su quale fosse il nostro reale compito nell’informare.

Dare solo i dati, quando c’erano e limitarci a fare domande scarne, o andare più a fondo. Non è semplice capire cosa sia responsabile dire o non dire, supporre, specie quando ci sono informazioni insufficienti e asimmetriche da paese a paese.

Ma l’ho risolta, a livello personale, come ho sempre fatto in qualsiasi contesto. Credo infatti che il compito poi di chi fa comunicazione e conduce delle rubriche in cui si intervistano ospiti di livello non sia solo quello di ripetere ciò che ci viene fornito da agenzie di stampa, da bollettini ufficiali, dalle dichiarazioni di capi di Stato o di Governo a livello internazionale, ma soprattutto sottolineare ciò che non si dice o non si chiarisce a sufficienza, provando, senza bizzarre congetture ma anche con metodo deduttivo e buon senso, a chiedere spiegazioni, dati aggiuntivi, informazioni.

Questo è stato il nostro compito e dovrà esserlo sempre di più anche in questa seconda fase o terza fase.  Deve rimanere alta l’attenzione di noi tutti, ma anche e soprattutto quella dei media, che non sono solo una cassa di risonanza, ma devono essere guardiani di diritti, salute e democrazia’.

Gli italiani chiusi in casa per oltre 70 giorni hanno consumato ore e ore davanti alla Tv, ascoltando la radio e sulla rete. Una grande responsabilità, come l’ha vissuta?

Con grande attenzione, ansia, come molti di noi, inutile negarlo, anche per fornire sempre informazioni non approssimative e più approfondite possibili. Incrociando articoli, dati, bollettini, chiamando sempre le persone più competenti in circolazione a commentare. Non risparmiando le domande scomode o meno scontate, anche a rischio di sembrare l’avvocato del ‘diavolo’. Questo è quello che amo fare di più, fare domande e capire le interconnessioni tra le cose, il nesso causa ed effetto, le responsabilità, capire ciò che ci sta succedendo, insieme a chi ci segue e ci ascolta.

Non dare mai per scontato che gli altri che ascoltano abbiano sempre tutto chiaro e quindi ricordare i passaggi che ci hanno condotti fino a qui. La radio, e in particolare Radio Radicale, ha sempre avuto questo grande compito di trasparenza, di informazione, di conoscenza, di avvolgere e riavvolgere la storia e le storie, per capire perché le cose accadono.

Uno strumento unico nel suo genere, come diceva Pannella, una vera “ università’ popolare”. Popolare perché arriva ovunque, mai populista, perché non si accontenta delle spiegazioni più facili, ma vuole andare alla radice dei problemi, delle questioni. E’ stato così anche in questo caso. Speriamo di aver reso un buon servizio. Un grazie particolare va a tutti i miei colleghi e colleghe, tecnici e tecniche, che hanno permesso che la radio non solo non si fermasse, ma offrisse approfondimenti e servizi aggiuntivi. E’ stata una bellissima prova, con una ottima capacità di adattamento a una situazione inedita per noi tutti’. 

Tv, radio e rete, secondo la sua esperienza, hanno contribuito a tranquillizzare il pubblico oppure a volte si è esagerato?

Entrambe le cose. Certe immagini, certi dati, un certo pathos, rimarranno credo nella mente di noiè’ stata provata non solo dal lockdown, ma anche da una sensazione di pericolo imminente che certamente i media e i social media hanno amplificato come mai fino ad oggi, su una emergenza sanitaria che tocca tutti. Ma in un certo senso guardare in faccia la dura realtà, per quanto spaventosa fosse, ha avuto anche il compito civico e sociale di responsabilizzare tutti nella gestione di questa emergenza, per cambiare comportamenti e abitudini, per avere la massima prudenza.

E’ certo un equilibrio sottile e difficilissimo. Se sia stato fatto tutto al meglio, lo capiremo tra qualche tempo’. 

Abbiamo tutti noi riscoperto qualcosa a cui non davamo più importanza magari perché travolti dalla frenesia: valori, affetti familiari, la cucina, le tradizioni…l’Italia diventerà un paese migliore post Covid-19?

Non lo so. Penso che sicuramente sarà un Paese diverso. Abbiamo imparato molte cose e forse ne abbiamo disimparate altre. Temo però che gli strascichi della paura, del distanziamento sociale, della crisi economica, non necessariamente ci renderà migliori. Assisteremo a un aumento della povertà e delle disuguaglianze sociali.

La sfida ora è capire se dopo il lockdown e una prova inaspettata di responsabilità collettiva, ci sarà anche la capacità di mantenere la pace sociale, con interventi politico-economici tempestivi, ma anche la voglia di rimboccarci le maniche e di essere resilienti. L’Italia deve tornare a essere un Paese capace e vivace, non farsi prendere dalla rassegnazione o dalla voglia di incolpare altri per problemi che il Covid ha messo in evidenza in modo drammatico, ma che erano lì anche prima della pandemia. Forza e coraggio’. 

Con la pandemia globale, l’Europa si gioca tutto. Coesione fra i popoli, solidarietà e sostegno alle nazioni più colpite dovrebbero essere l’asse portante. Non sembra proprio così. Si è fatta un’idea?

Sarà una partita durissima, anche se si intravede per la prima volta una ipotesi di eurobond alle porte, con il cosiddetto Recovery fund. Non è cosa da poco, e il salto in avanti su questo di Francia e Germania è stato una sorpresa positiva.

Ci sono poi i cosiddetti paesi frugali e non solo che remano contro. Forse alcuni hanno iniziato a capire che sulla barca ci siamo tutti e che se affonda uno gli altri non staranno certo meglio. Ma in generale spero che si apra una stagione in Europa diversa, con una Unione europea, in un momento così delicato anche a livello internazionale, capace di giocare un ruolo importante su crescita sostenibile, rilancio economico, grandi opere infrastrutturali, solidarietà europea, senza dimenticare di far valere anche il proprio ruolo storico di guardiano internazionale su diritti e democrazia’.